La riflessione semiseria sul ritorno di Mancini in Nazionale
La riflessione semiseria sul ritorno di Mancini in Nazionale

Ci sono storie che finiscono con un punto. Altre con tre puntini. E poi ci sono quelle che, nel calcio italiano, sembrano chiudersi con una porta girevole.

Esci, sbatti la porta, saluti tutti... e qualche tempo dopo rientri dall'ingresso principale come se nulla fosse accaduto.

Così, malauguratamente o forse semplicemente Malagò, il pallone azzurro si è ritrovato ancora una volta a fare i conti con il suo passato.

Perché, quando il presente non convince e il futuro spaventa, l'Italia ha un'antica abitudine: voltarsi indietro.

E, allora, riecco Mancini.

Il cognome, del resto, sembra quasi una rassicurazione: quando mancano idee, manca il tempo, manca perfino la pazienza dei tifosi... arriva sempre un Mancini.

Una sorta di usato sicuro del calcio italiano.

Attorno al tavolo delle riflessioni non potevano mancare gli illustri pretendenti.

C'era chi invocava Conte, convinto che bastasse un titolo nobiliare per trasformare una Nazionale in una corte rinascimentale.

Qualcuno sognava Guardiola, dimenticando che certi sogni, oltre ad essere bellissimi, costano anche parecchio e non sempre attraversano i Pirenei per fermarsi sugli Appennini.

Altri proponevano Ranieri, il Principe delle imprese impossibili, uno che quando entra in una favola spesso riesce perfino a scriverne il lieto fine.

Qualcun altro vedeva in Leonardo il genio universale capace di dipingere un nuovo Rinascimento azzurro, scolpendo un calcio che fosse, insieme, arte e ingegneria.

Poi c'era Maldini, cognome che profuma di eleganza calcistica e storia infinita, ma che da troppo tempo sembra essere diventato il protagonista di un eterno "forse".

Nel frattempo, tra una riunione e una telefonata, qualcuno suggeriva perfino un pizzico di Pirlo.

Ma di grappe il calcio italiano ne aveva già mandate giù abbastanza. E, considerati certi recenti richiami alle vicende delle scommesse, era meglio lasciare il bicchiere sul tavolo e concentrarsi soltanto sul campo.

E se qualcuno, qua e là, evocava Baldini, era inevitabile che riaffiorassero alla memoria quelle interviste dai toni ruvidi contro i lestofanti che, a suo dire, troppo spesso popolano il mondo del calcio. Personaggi che cambiano giacca con la stessa facilità con cui cambiano opinione, salvo poi riscoprirsi moralisti quando conviene.

A quel punto serviva davvero un po' di Abodi. Non soltanto il cognome del Ministro, ma anche il significato più nobile della parola: dimore solide, fondamenta robuste, una casa nella quale ricostruire un'identità che negli ultimi anni è sembrata spesso sfrattata.

Perché la memoria, purtroppo, ogni tanto torna a bussare.

E allora, riecco quella Svezia che non è stata soltanto una nazione, ma una vera sVentura in pieno volto, uno schiaffo che ancora oggi brucia sulla guancia del calcio italiano.

Poi, arrivò la Macedonia. Non quella dei libri di storia, ma quella indigesta servita fredda nel momento peggiore possibile, con dentro un po' di illusioni, qualche errore e tanta amarezza.

E, quasi a completare il menù delle disgrazie, negli ultimi tempi è arrivata pure la Bosnia, trasformata metaforicamente in una gigantesca sbronza calcistica dalla quale risvegliarsi è stato ancora più difficile. E… di rigore quando ti sbronzi le cose non le vivi lucidamente.

Tre Mondiali consecutivi guardati dal divano sono una ferita che nessun cerotto mediatico riesce a coprire.

Per questo oggi il ritorno di Mancini divide. C'è chi lo considera una seconda occasione e chi, invece, continua a vedere quella sua comunicazione di abbandono come un PECcato che resta una ferita aperta.

In molti schiumano Arabia per il tradimento del Mancio.

Ma il calcio italiano è fatto così.

Prima costruisce statue. Poi le abbatte. Infine, le restaura.

Con la speranza che il tempo abbia cancellato le crepe.

E forse, è proprio questo il nostro eterno vizio: cercare sempre il nome giusto, quando probabilmente servirebbe il progetto giusto.

Perché gli allenatori passano, i cognomi fanno discutere, le polemiche riempiono le pagine dei giornali e i social trasformano ogni tifoso in commissario tecnico.

I Mondiali, invece, continuano ad aspettare.

E quelli, purtroppo, non si vincono con i giochi di parole.