Caro Direttore,
ho letto l’articolo pubblicato sulla testata dal titolo “Si innesca un giro di titoli?” e so bene che questa mia riflessione rischia di non essere partecipata, da tanti, con simpatia. Qualcuno la leggerà come una critica interessata, altri come una presa di posizione scomoda, altri ancora come il solito moralismo di chi guarda dal bordo del campo senza conoscere fino in fondo le fatiche di chi dirige una società sportiva.
Ma, in quest’ultima situazione Le dico che sto scrivendo anche da dirigente che da bordo campo sa cosa sia la fatica di chi dirige o collabora a pieno in una società sportiva.
Eppure, proprio perché il calcio dilettantistico vive di passione, sacrifici, identità e appartenenza, certe domande vanno poste. Anche quando disturbano. Anche quando possono generare malumori. Anche quando toccano operazioni perfettamente legittime sotto il profilo regolamentare.
Il tema è quello dei titoli sportivi che, attraverso percorsi consentiti dalle norme federali, permettono a una società o a una piazza di ritrovarsi in un campionato superiore rispetto a quello che avrebbe dovuto disputare per effetto del “giudizio” del campo: una retrocessione, un play-off o play out perso, una stagione non chiusa con il salto di categoria o peggio conclusasi con una retrocessione.
Tutto lecito, certo. Ma, c’è da chiedersi, tutto ciò che è lecito è anche sportivamente giusto?
Tutto ciò che è consentito da una norma è automaticamente coerente con lo spirito sportivo e nel nostro caso del calcio?
È qui che nasce il dubbio. Perché un campionato, prima ancora di essere una categoria, è un racconto. È una fatica collettiva. È un diritto conquistato domenica dopo domenica, tra trasferte, infortuni, sconfitte amare, vittorie sofferte, spogliatoi che si compattano e tifosi che si riconoscono in una maglia.
Quando, invece, il salto arriva per via amministrativa, attraverso un’operazione di ingegneria sportiva, qualcosa inevitabilmente si incrina. Non nella legalità dell’atto, ma nella sua percezione morale. Non nella validità federale, ma nella purezza del risultato.
Perché il calcio non è soltanto iscrizione per partecipare a un campionato. Il calcio è appartenenza. È territorio. È memoria. È identità.
E allora la domanda diventa inevitabile: che valore ha una categoria superiore se non è stata conquistata sul campo? Che sapore ha una promozione senza la gioia della vittoria? Che colore ha un titolo che cambia città, cambia tifosi, cambia storia?
Parafrasando Battisti, verrebbe da chiedersi:
ma che sapore ha un campionato non sudato?
ma che colore ha un titolo senza radici?
Il punto non è negare le difficoltà dei dirigenti. Anzi. Chi gestisce una società dilettantistica sa bene quanto sia complicato far quadrare bilanci, strutture, tesseramenti, sponsor, trasferte e burocrazia. Spesso servono fantasia, coraggio e capacità amministrativa. Ma proprio per questo il dirigente sportivo non è soltanto colui che trova scorciatoie regolamentari: è soprattutto il custode della credibilità di una società.
E la credibilità, nel calcio, pesa più di una categoria.
Un dirigente che sceglie la via più rapida può anche ottenere un risultato immediato. Può presentarsi ai tifosi dicendo di aver portato la squadra più in alto. Può alimentare entusiasmo, curiosità, persino orgoglio momentaneo. Nel tempo, tuttavia, resta una domanda silenziosa: quel campionato è stato nostro davvero? Lo abbiamo meritato? Lo sentiamo, o abbiamo sentito, addosso come una maglia o lo indossiamo come un abito preso in prestito?
I tifosi possono anche apprezzare l’ambizione. Possono applaudire chi vuole alzare l’asticella. Il tifoso autentico sa distinguere tra una conquista e un acquisto, tra una scalata e un ascensore, tra una promozione vissuta e una categoria ricevuta. Il cuore del tifoso batte per ciò che riconosce come proprio. E non sempre ciò che arriva dall’alto riesce a mettere radici in basso.
Il discorso diventa ancora più delicato quando il titolo, attraverso operazioni consentite, finisce per spostarsi oltre il proprio territorio naturale, magari in una regione limitrofa. In quel caso la questione non riguarda più soltanto la singola società, ma l’idea stessa di rappresentanza sportiva. Una squadra può cambiare casa, ma può cambiare anche anima? Una categoria può trasferirsi, ma può trasferirsi anche la storia che l’ha generata?
Qui la norma forse dovrebbe interrogarsi di più. Perché il calcio dilettantistico non è un mercato di sigle, ma un mosaico di comunità. Ogni titolo sportivo nasce dentro un contesto: un paese, una città, un gruppo di tifosi, una storia societaria, un campo polveroso o sintetico, una domenica di festa o di amarezza. Sradicarlo con troppa facilità rischia di trasformare l’identità in pratica amministrativa.
Nessuno nega che certe operazioni possano salvare realtà in difficoltà, garantire continuità sportiva, evitare la dispersione di risorse e patrimoni calcistici. È giusto riconoscerlo. Non tutto è speculazione, non tutto è furbizia, non tutto è operazione fredda. Ci sono casi in cui la norma serve a evitare la morte sportiva di una comunità.
Ma quando l’operazione diventa il modo per guadagnare ciò che il campo non ha dato, allora la riflessione è doverosa. Perché il calcio, se perde il principio del merito, rischia di perdere la sua prima forma di giustizia: quella del risultato.
Si può perdere un play-off o un play-out e ripartire. Si può retrocedere e ricostruire. Si può cadere e tornare più forti. È questa la bellezza dello sport. La sconfitta non è una vergogna: è parte del cammino.
La scorciatoia dell’acquisizione di un titolo, invece, lascia sempre un retrogusto ambiguo.
Forse, il vero coraggio dirigenziale non è trovare il titolo giusto da acquisire, ma costruire la squadra giusta per conquistarlo. Non è cambiare categoria sulla carta, ma meritarsela sul campo. Non è regalare ai tifosi una vetrina più prestigiosa, ma portarli a viverla con la certezza che ogni metro sia stato guadagnato.
Perché alla fine, mi ripeto, la domanda resta, semplice e pungente:
ma che sapore ha un campionato non sudato?
ma che colore ha un titolo senza radici?
Forse, può avere il colore della convenienza non certamente quello della gloria.
Pino Serrao

